Riconoscimento facciale: e il consenso? Tra confusione e scarsa consapevolezza

Il sito threatpost.com ha lanciato un sondaggio sul tema del consenso alle applicazioni di riconoscimento facciale, sempre più diffuse nei contesti pubblici e anche commerciali più avanzati.

Ciò che emerge è una grande confusione e una scarsa consapevolezza anche solo della possibilità di scegliere di non sottoporsi a questi sistemi di controllo. Il campione di lettori è piuttosto basso, quindi non citiamo percentuali ma raccogliamo ciò che emerge in termini di suggerimenti e stimoli.

Ad aver scatenato le polemiche è stato un test del dipartimento di Homeland Security statunitense che a dicembre 2018 ha inserito il riconoscimento facciale per il controllo dell’area circostante la Casa Bianca. Senza possibilità di scelta per gli ignari passanti, la cui unica alternativa consisteva nell’evitare l’area. Tornando al sondaggio, emerge quindi la diffidenza delle persone verso questi sistemi, legata proprio alle preoccupazioni sulla privacy sia in fase di raccolta dei dati che di successivo impiego e archiviazione; ed emerge la richiesta di una regolamentazione.

Negli Stati Uniti per ora ci sono solo regolamenti che coinvolgono le imprese private, non lo Stato. A marzo in Senato è approdato il Commercial Facial Recognition Privacy Act per impedire la raccolta e la condivisione senza consenso di dati relativi al riconoscimento facciale, ma sempre solo per il privato. Questa tecnologia però è di fatto sempre più presente in contesti come gli aeroporti, e cominciano a sentirsi le prime lamentele dei viaggiatori: threatpost cita un vivace scambio su Twitter tra un passeggero diretto a Città del Messico in partenza da Jfk a New York con la compagnia JetBlue. All’imbarco è stato invitato a guardare una telecamera che prima di consentire il passaggio al gate scattava una fotografia. Nessuna informazione fornita al passeggero, che obietta con un twitt che diventa virale.

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