Protezione estrema nelle aree a rischio altissimo

 

Nel 2011, in un campo di estrazione di petrolio sul confine tra Algeria e Tunisia, una multinazionale del settore petrolchimico fece costruire un bunker - in cui tutto il personale potesse trovare protezione in caso di attacco terroristico o predatorio - e fece installare un sistema di sicurezza speciale. Un progetto al quale, oggi, guardare, alla luce dei recenti e drammatici fatti di cronaca.

 

L'episodio dello scorso giugno, nei pressi di Lione, con un omicidio e un tentativo di sabotaggio ai danni di un impianto di lavorazione del gas industriale, ha dimostrato come simili attacchi siano, oggi, condotti anche nel cuore dell'Europa, non solo in Africa e Medio Oriente.

Per tale ragione, è necessario attingere dalle esperienze maturate in passato, per garantire la sicurezza dei tecnici che operano nei nostri Paesi.

In questo ambito, è interessante ricordare il progetto realizzato nel 2011 per una multinazionale del settore petrolchimico, in un campo di estrazione di petrolio nei pressi di Feriana, sul confine tra Algeria e Tunisia, in un'area completamente desertica.

Nello specifico, nell'area che ospita gli alloggi e le postazioni tecniche del personale, fu creata una sorta di “panic room”, un bunker, in cui tutti coloro presenti nel campo potessero trovare protezione in caso di attacco, in attesa dell'arrivo delle Forze militari locali.

 

Perimetro in primo piano

Per garantire la sicurezza delle persone presenti nel campo di estrazione, lungo i 15 km del perimetro fu installata una rete apparentemente simile a quelle utilizzate per proteggere le installazioni industriali

Un'infrastruttura che, però, non è in grado di resistere ad azioni di sfondamento violente o ai tentativi di scavalcarla, anche con il supporto di semplici scale.

Per tale ragione, la recinzione è stata sovrastata da quello che, apparentemente, può sembrare un comune filo spinato.

In realtà, le concertine in acciaio inossidabile che si aggrappano agli abiti degli assalitori, possiedono una serie di punti di rottura prestabiliti che, a loro volta, strappano un cavo in fibra ottica e generano un allarme.

Allo stesso modo, una serie di sensori di vibrazione, sensibili all'abbattimento e ai tentativi di scalata, scatenano un allarme che ha il primo obiettivo di rallentare, per quanto possibile, l'azione offensiva.

 

Solo otto minuti per raggiungere il bunker

Una serie di altoparlanti emette, ad altissimo volume, la registrazione dei suoni provocati dall'esplosione di granate e da raffiche di mitragliatrice.

Contemporaneamente, si accendono alcune luci stroboscopiche, con l'obiettivo di fare perdere l'orientamento all'attaccante.

La distanza dalla recinzione all'ingresso del bunker è, infatti, notevole e il percorso non è rettilineo.

Questo significa che tutti coloro che sono presenti nel campo, avvertiti dell'incursione in corso, hanno il tempo necessario per raggiungere il bunker stesso e chiudersi all'interno.

Per calcolare i tempi con assoluta sicurezza, una volta completata la recinzione stessa, è stato affidato il compito di simulare un attacco - per verificare il tempo necessario a raggiungere effettivamente l'edificio sicuro - alla Marina Militare italiana.

I test hanno dimostrato che, nella migliore delle ipotesi, i terroristi avrebbero impiegato almeno otto minuti per arrivare all'edificio stesso.

E così è stato deciso di fissare questo valore come tempo limite, dall'entrata in funzione dell'allarme, prima di azionare un motore da 20 cavalli che, automaticamente, chiude la porta, impedendo qualunque accesso e qualunque violazione.

 

La normativa di riferimento

A livello internazionale, non esiste - ad oggi - una norma che definisca le caratteristiche di un edificio atto a proteggere le persone in caso di un attacco che potrebbe essere condotto anche con esplosivo e armi pesanti.

In assenza di indicazioni specifiche, il bunker venne realizzato adottando i principi costruttivi dettati dalla normativa ITRP 1984, “Istruzioni tecniche per la costruzione dei rifugi obbligatori”, ancora in vigore in Svizzera, anche se non più applicata.

Si tratta di un articolato documento - sviluppato dal governo svizzero in piena Guerra Fredda - per la realizzazione di rifugi antiatomici in grado di tollerare anche un attacco condotto con armi convenzionali. Il tutto con l’obiettivo di resistere per le 48 ore necessarie alle Forze militari locali per organizzare un'adeguata controffensiva.

Misure di sicurezza solo apparentemente esagerate. Perché, come dimostrano i recenti e drammatici fatti di cronaca, i terroristi potrebbero disporre di bombe e di armi pesanti.

Strumenti di offesa ai quali solo una struttura ingegnerizzata per tollerare un attacco di tipo nucleare è in grado di resistere.

Questo anche perché il bunker, non essendo interrato, risulta esposto a tiri di artiglieria diretti e ravvicinati.

Pur senza addentrarsi nelle indicazioni specifiche suggerite dal documento elvetico, è emblematico sottolineare, a titolo esemplificativo, la particolare struttura della porta dell'edificio: troppo pesante per poter essere spedita direttamente dalla fabbrica, è stata realizzata in loco da un'azienda specializzata.

 

Il DLgs 61/2011 sulle infrastrutture critiche

Con il Decreto Legislativo 61/2011, l’Italia ha varato un importante progetto per aumentare il livello di sicurezza delle infrastrutture critiche (Ic).

Un team di lavoro interministeriale ha individuando, su tutto il territorio nazionale, le infrastrutture ritenute essenziali “per il mantenimento delle funzioni vitali della società, della salute, della sicurezza e del benessere economico e sociale della popolazione e il cui danneggiamento o la cui distruzione avrebbe un impatto significativo”.

In una prima fase, l’attenzione si è focalizzata sui settori dell'energia e dei trasporti, con un particolare interesse per le realtà “il cui danneggiamento o la cui distruzione avrebbe un significativo impatto su almeno due Stati membri”. Installazioni che, per tale ragione, vengono classificare Ice (Infrastruttura critica europea).

Il Decreto fissa i seguenti criteri di valutazione:

 

  1. a) possibili vittime, in termini di numero di morti e di feriti
  2. b) possibili conseguenze economiche, in termini di perdite finanziarie, di deterioramento del bene o servizio e di effetti ambientali
  3. c) possibili conseguenze per la popolazione, in termini di fiducia nelle istituzioni, di sofferenze fisiche e di perturbazione della vita quotidiana, considerando anche la perdita di servizi

 

I proprietari delle infrastrutture classificate Ice, oltre sottostare a una serie di obblighi di segretezza, hanno redatto un “Piano della Sicurezza dell’Operatore” (Pso).

Il documento, validato e approvato dalle autorità competenti, contiene una dettagliata analisi di minacce e vulnerabilità, corredate dalle contromisure da adottare in funzione delle specifiche situazioni di rischio.

 

La norma ITRP 1984 sulla costruzione dei rifugi

La norma ITRP 1984, “Istruzioni tecniche per la costruzione dei rifugi obbligatori”, ancora in vigore in Svizzera, anche se non più applicata, rappresenta attualmente il riferimento tecnico per la costruzione di strutture in grado di resistere ad attacchi condotti con armi anche pesanti.

Questi bunker sono, infatti, ingegnerizzati per resistere agli "effetti delle armi moderne, in particolare di quelle nucleari, convenzionali, chimiche e biologiche."

Per tale ragione, i rifugi devono essere in grado di garantire la protezione “a fronte di una deflagrazione di arma atomica in grado di generare una "sovrappressione d'aria di 1 bar”.

A questo si aggiunge la capacità di tollerare un "colpo ravvicinato di armi convenzionali".

Il tutto prevedendo anche un impianto di ventilazione artificiale e una serie di filtri in grado di impedire la penetrazione degli aggressivi chimici e biologici.

 

 

Aldo Vallini

Ingegnere

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