Politiche sociali e sicurezza urbana

Esiste un legame tra gli interventi previsti nelle politiche sociali e la sicurezza urbana? E la riduzione delle risorse destinate alle politiche sociali può comportare un diverso livello di insicurezza?


Le trasformazioni socio-demografiche, in corso da diversi anni in parte dell'Europa, giocano un ruolo importante nelle tensioni e nei conflitti sociali presenti nelle nostre città, che generano una crescente domanda di sicurezza.
Lo Stato moderno cerca di dare risposta a tali trasformazioni con un sistema sociale sviluppato ed egualitario, dove le risorse di tutti vengono utilizzate per attenuare l'impatto negativo che particolari condizioni sociali (basso reddito, bassa istruzione, mancanza di lavoro) o anagrafiche (infanzia, anzianità, disabilità, estraneità) generano negli individui svantaggiati o deboli, per permettere loro di realizzarsi nella società, come prevede la nostra Costituzione, al pari degli altri.
Sebbene il modello di welfare sia sempre stato accompagnato da critiche, l'attuale crisi economica sta facendo emergere l'esigenza di rivedere l'impostazione stessa dello Stato sociale, che viene presentato come un costo insostenibile per la collettività - o per gli investitori - e non più come un investimento nella società.
Alla base di quest'ultimo ragionamento sussiste l'idea che il denaro debba essere utilizzato secondo modalità più produttive e logiche di mercato, permettendo, così, agli investitori di aggredire di fatto l'ultima cassaforte protetta dello Stato, cioè le risorse per i servizi sociali.
Dopo le “bolle” sulla e-society, sulle banche, nei mercati finanziari e immobiliari, nel debito pubblico, la speculazione chiede di poter fare i propri utili attaccando le risorse destinate ai più deboli.
Al di là di ogni considerazione su questo approccio, la domande che qui interessano sono: esiste un legame tra gli interventi previsti nelle politiche sociali e la sicurezza urbana?
E quindi, la riduzione delle risorse destinate alle politiche sociali, o più in generale, un loro ridimensionamento, può comportare un diverso livello di insicurezza?

I fattori di cambiamento
socio-demografici

I principali driver di sviluppo della popolazione - crescita naturale e migrazioni - mostrano da tempo segnali di rallentamento, facendo sì che l'invecchiamento dei cittadini rappresenti la maggiore sfida demografica all'Europa.
Si prevede, infatti, a livello europeo che la percentuale di popolazione molto anziana (+ 80) raddoppierà entro il 2030, mentre dal 2010 il numero di decessi supererà quello delle nascite.
In questo momento storico, tale declino demografico è parzialmente compensato dal saldo migratorio (=immigrazione-emigrazione), che ha rappresentato negli ultimi anni il principale motore di crescita e ringiovanimento della popolazione europea, ma le proiezioni stimano che entro il 2025 il saldo negativo della crescita naturale supererà il saldo positivo dell'immigrazione, causando la diminuzione in termini assoluti della popolazione europea e il suo progressivo decadimento.
I fenomeni di declino e diminuzione demografica richiedono politiche di contrasto capaci di invertire i trend (ad esempio, azioni di sostegno alla natalità, aumento dei flussi migratori, miglioramento delle condizioni economiche, investimenti infrastrutturali strutturali) ma, soprattutto, accrescono e trasformano la domanda di servizi di welfare.
L'invecchiamento della popolazione e la mescolanza di etnie e culture pongono in crisi gli attuali modelli sociali, poco flessibili e lenti nella loro evoluzione, e la sostenibilità del sistema pubblico di welfare è minacciata anche dalla riduzione del rapporto tra contribuenti (popolazione in età lavorativa) e beneficiari dei servizi.
Le difficoltà di garantire la sostenibilità economica rischiano di far calare le prestazioni pubbliche in qualità e quantità, aumentando i servizi di assistenza privati e, di conseguenza, le disuguaglianze tra abbienti e meno facoltosi.

Insicurezza e vivibilità nel contesto urbano
Se i contesti urbani mostrano, al giorno d'oggi, problemi di vivibilità e di sicurezza, generati dal difficile rapporto tra la popolazione, la struttura e le funzioni della città, cosa succederà tra vent'anni?
La realtà urbana mostra segni di rallentamento - sia reale che figurato - e di degrado continuo, che la città fatica a superare a causa della sua “forma” rigida.
Lo sviluppo attuale del territorio, nella sua composizione pubblica e privata, nella forma di spazi ed edifici e nelle modalità con cui lo spazio urbano viene utilizzato dai diversi soggetti, presentano i segnali di questo processo degenerativo.
La carenza di spazi per socializzare, i problemi di accessibilità e mobilità, la mancanza di occasioni di incontro e scambio, le differenze nei tempi e nelle velocità della città, la fragilità delle relazioni, la perdita di capacità integrativa e di mediazione dei contesti locali pongono in conflitto gli attori della “società liquida” con lo scenario solido della città di mattoni e cemento.
Il sistema urbano diventa sempre più complesso e riservato, ponendo in competizione le categorie sociali per conquistare le risorse limitate e sacrificando i più deboli: anziani, immigrati, bambini, donne, disabili.
L'esperienza di questi anni dimostra che l'esclusione sociale dei soggetti deboli si abbina alla segregazione economica e territoriale, a causa della relazione diretta tra status economico sociale e luogo di residenza o permanenza.
Questo fenomeno crea problemi di concentrazione di categorie deboli in aree svantaggiate delle città, le “discariche sociali” presenti in molte periferie italiane, in una spirale peggiorativa di difficile soluzione.
Le richieste che provengono già oggi dalle categorie deboli sono quelle della non esclusione sociale, dell'accessibilità a luoghi e servizi, della sostenibilità, della sicurezza.
La loro domanda aumenterà progressivamente ed è compito dei sistemi di welfare assolvere la funzione equilibratrice di tutela sociale per queste categorie, pur con molte difficoltà.

Casa sicura, questione di strategie
La sicurezza non è un bene primario dell'uomo di per sé, almeno nell'accezione che nel dopoguerra si è affermata anche in Italia: la sicurezza del codice Rocco, tuttora in vigore in Italia, è la protezione dello Stato e dell'individuo in quanto proprietario, assicurata dalla Polizia.
Sicurezza oggi in Italia è legalità, cioè rispetto della legge e dell'ordine.
Questo concetto non interessa né le politiche di welfare, né le politiche abitative.
La casa, in questa impostazione, vale solo come bene da tutelare, privato o pubblico che sia.
Tuttavia, quando si parla di sicurezza percepita dai residenti di un palazzo o di un quartiere, ci solo altri fattori che entrano in gioco.
Il problema della sicurezza nell'edilizia è quello della “casa sicura”, secondo, ad esempio, quei criteri di prevenzione situazionale che ancora faticano a prendere piede in Italia.
Il problema della sicurezza nei contesti abitativi va gestito in modo più ampio, con un mix di strategie, politiche e controllo.
Scotland Yard, la famosa Polizia inglese, sta attualmente applicando modelli di gestione congiunta della sicurezza chiamati Local Area Agreements, strumenti che vanno al di là della prevenzione situazionale, molto diversi dai nostri protocolli di sicurezza stipulati con le Prefetture.
Si tratta di accordi di sicurezza a livello di aree urbane un po' più ampie dei quartieri (più “boroughs”, o distretti) che coinvolgono tutte le agenzie pubbliche (Polizia, servizi sociali, sanità pubblica, edilizia) su quattro temi fondamentali: comunità più forti e sicure, comunità sane e anziani, bambini e giovani, ambiente e sviluppo economico.
In questo ambito le diverse agenzie continuano a svolgere le loro funzioni ma collaborano a livello locale per assicurare il benessere della comunità.
Quali sono, dunque, i rischi legati alla cancellazione dello Stato sociale?
Eliminare o ridurre le politiche sociali porterà a comunità più sicure? L'opinione di chi scrive è contraria, nel senso che un risparmio nel breve periodo - come insegnano altri Paesi - porterebbe a un vorticoso crollo della condizione sociale di una larga fascia della popolazione, acuendo le tensioni sociali e il rischio che ognuno di noi può correre.
Non per niente, nei Paesi più poveri del mondo il tasso di omicidi è molto più elevato che in Europa, così come i livelli di corruzione e di disuguaglianza sociale.
Uno Stato più “economico” e meno sociale non porta a una società migliore, ma a maggiori disuguaglianze e a maggiori fratture tra fasce diverse di popolazione, con un conseguente aumento esponenziale della paura e dell'insicurezza, sia per chi è “povero”, che per chi è “ricco”, costretto a vivere segregato in fortini dorati ma isolati, come, purtroppo, si vede in molte città di Paesi meno evoluti del nostro.
La sfida che dobbiamo affrontare è quella di migliorare l'efficienza del sistema sociale, ridurre gli sprechi, combattere le situazioni di truffe, frodi e corruttela, che tanto danneggiano il nostro sistema, per arrivare a gestire meglio le risorse e a promuovere continuamente la sicurezza e migliori condizioni di vita, certi che questo porterà un beneficio anche in termini di calo di reati, minore insicurezza e maggiore vivibilità delle nostre città.

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