Lo scorso mese di novembre, a Bari, in occasione di Smart Building Levante, abbiamo intervistato Giulio Iucci, presidente di Anie Sicurezza, poco prima del convegno “Sicurezza: istruzioni per l’uso”, che ha evidenziato i vantaggi dell’interoperabilità e della necessità della creazione di sistemi integrati
L’occasione è Smart Building Levante 2018, numero zero di una fiera che riunisce sotto lo stesso tetto, quello del quartiere fieristico di Bari, produttori e distributori nel settore building automation e che, quindi, integra gioco forza anche la sicurezza. Anzi, quasi tutti gli espositori si occupano anche di sicurezza, perché come sottolinea Giulio Iucci, presidente di Anie Sicurezza, la convergenza è ormai un fatto conclamato. E proprio con il presidente Iucci abbiamo parlato prima che cominciasse il convegno “Sicurezza: istruzioni per l’uso” a cura dell’Ordine degli Ingegneri della Provincia di Bari con il patrocinio di Sicurezza Manifestazione di Fiera Milano e Anie come partner, uno dei numerosi eventi ospitati da Smart Building Levante.
Anie a Bari con la Building Automation: non è un caso. Tra gli stand, sono in molti a occuparsi anche di Sicurezza. Come mai?
«È uno degli argomenti che trattiamo nel convegno, la convergenza. Ormai ci siamo. Anche questo roadshow che ci ha portato a Bari è stato creato con un modulo preciso, rivolto anche ai progettisti: la convergenza tra security, safety e automation è conclamata, e non deve essere collisione. Tutti i sistemi, che vengano sia dal mondo della builing automation sia della sicurezza, devono essere interoperabili, con piattaforme aperte e software per creare sistemi di comando e controllo integrati. È un punto fondamentale perché porta vantaggi per la parte operativa delle sale comando e controllo».
Cosa cambia, quindi?
«Ogni intervento e ogni analisi deve essere fatta in maniera olistica, completa, totale, perché dal match di tutte le nuove informazioni possono scaturirne altre di nuove, anche predittive. Inoltre, le piattaforme software consentono di mettere a fattor comune l’esperienza di più operatori, e sappiamo che nella gestione delle sale operative il problema principale è il decadimento rispetto all’esperienza dell’operatore, o banalmente al cambio turno di un addetto. Il sistema poi deve apprendere e rimettere in circolo la nuova esperienza. Se una volta, nel building e nella sicurezza, si parlava di azione e reazione, cioè un sensore che manda un segnale di allarme, oggi la complessità è molto maggiore: ci sarà una mappatura dei sensori e dei sistemi a campo, il monitoraggio, la gestione pull e push dei sistemi per capire cosa effettivamente sta accadendo, l’interpolazione (ovvero la messa a confronto di sensoristica diversa), fino ad arrivare al pronto intervento, alla mitigazione del danno (in caso sia avvenuto), al ripristino e alla messa in circolo della nuova esperienza. Tantissimi stadi e una filiera che deve essere sostenibile ed equilibrata, in quanto è l’anello debole che dà forza alla catena, e non l’anello più forte».
Come uscirne?
«Il tema principale è che oggi potenzialmente abbiamo una miriade di sensori e tantissime operazioni da fare: tutto questo necessita l’attenzione di una macchina, perché è operativa h24, non si distrae, non è corruttibile e controlla anche sé stessa. Lo IoT lo consente».
E l’uomo?
«L’uomo c’è sempre in tutte le fasi. All’inizio progetta, fa risk analysis e risk assessment. Successivamente manutiene e gestisce il ripristino ed è presente alla fine, quando decide cosa fare. Io li chiamo “sistemi di supporto alla decisione”, non decisionali. Mentre prima erano verticali e lineari - l’antincendio, l’antintrusione, il building, che può essere l’idraulica, l’eolica, l’elettricità e ciascuno con un ambito preciso, - oggi abbiamo delle piattaforme che consentono di connettere tutti i sistemi a campo, miscelare e processare tutti i segnali, dare dei significati e degli output coerenti a chi prende le decisioni. Se qualcuno non interviene o è in corso un attacco il sistema lo dice e fa una escalation gerarchica, in questo senso controlla».
Ci sono però delle criticità...
«La cybersecurity. Ma soprattutto, cambiano i paradigmi della sicurezza. Se prima era un’area sensibile che doveva essere protetta, oggi tutto è sensibile, perché tutto è collegato, e anche un sistema che prima veniva ritenuto residuale non è più tale. Occorre quindi proteggere tutti i sistemi a campo e tutte le connessioni tra essi, fare virtualizzazione, back-up, resilienza e stabilire logiche di controllo. Anche perché oggi tutti siamo collegati, ciascuno di noi con il proprio smartphone può essere attaccato e usato come bridge per accedere a un sistema centrale. La logica di difesa, di conseguenza, è completamente diversa, anche se non è mai sproporzionata».
La formazione è importante?
«Sì, perché quanto abbiamo detto porta a una ricollocazione degli uomini. Formazione sui sistemi informativi, su come gestire una sala operativa, i nuovi processi e come muoversi all’interno di queste procedure, e anche nuovi ambiti: software, manutentivo. Un collegamento tra mondi che non erano collegati, che è una interessantissima moltiplicazione di opportunità».
Finalmente al Sud: perché proprio Bari?

«Bari è estremamente interessante. Abbiamo una partnership con l’Ordine degli Ingegneri di Bari e siamo ospiti dell’evento Smart Building Levante. Questa è una terra viva, di impianti installati - basti pensare al fotovoltaico - e di situazioni che hanno la necessità di accrescere la consapevolezza della novità che avverrà. Per noi si tratta di una fiera estremamente interessante perché insiste su un territorio che ha tecnologia e sistemi produttivi: il fotovoltaico, per esempio, ha bisogno di manutenzione, di una resa garantita, si trova in posti facilmente attaccabili perché fuori città. ANIE Sicurezza ha associati in tutta Italia così come in Puglia, dai dove riceviamo feedback, attraverso i gruppi di sicurezza integrata del consiglio direttivo con rappresentanti di tutte le regioni e di tutte le aree merceologiche: produttori, distributori e system integrator. Ci riportano le problematiche, noi ne facciamo tesoro e cerchiamo di dare una risposta su questi argomenti».
Al Sud quindi di cosa c’è bisogno?
«Più che distinguere tra Sud e Nord, parlerei di apparati domestici e industriali. Paradossalmente in ville, case e città il processo di integrazione sta avvenendo più velocemente che nel settore industriale. Perché è un tema generazionale più che culturale: quando una generazione ha il potere d’acquisto di colpo avviene il salto di paradigma. A livello industriale è più complesso perché le tecnologie sono sedimentate, i cambiamenti più lenti, gli investimenti sono pesanti, le competenze non sono così sovrapponibili. Stiamo cercando di sviluppare questa condivisione, questo passaggio da un mondo di automazione a un mondo di sicurezza, realtà che sono molto più vicine di quanto potrebbe sembrare».



