Attualità – Aggressioni. Nella sanità è emergenza nazionale

Più di 3.000 episodi di violenza all’anno contro medici, infermieri e personale sanitario. Solo un terzo viene denunciato. Il contrasto al fenomeno passa attraverso la prevenzione, la telemedicina e la videosorveglianza

È emergenza sicurezza nella sanità in Italia. Uno stato di allarme che purtroppo conosce diverse declinazioni, non solo economiche. Se queste sono state certificate una volta di più poche settimane fa dal quarto Rapporto della Fondazione Gimbe sulla Sostenibilità del Ssn presentato in Senato, che parla di tagli al Servizio Sanitario Nazionale pari a 28 miliardi in 10 anni, c’è un altro fronte emergenziale aperto su cui ancora molto è necessario fare per sensibilizzare l’opinione pubblica, ovvero le violenze contro i medici e gli operatori sanitari.

Non è azzardato intravedere un collegamento tra i due fenomeni dato che, a causa dei suddetti e prolungati tagli, il Rapporto parla senza mezzi termini di Servizio Sanitario Nazionale a pezzi, che si traduce in cure essenziali non garantite a tutti. Uno scadimento dei servizi e delle prestazioni che verosimilmente contribuisce a esporre, in modo ingiustificabile, infermieri e operatori sanitari a un alto rischio di atti di violenza. A contatto diretto con il paziente e la sua condizione di vulnerabilità, si troveranno a fare da bersaglio ogni volta in cui il sistema mostra la sua fragilità e inefficienza.

I numeri del fenomeno

Ma quante sono nel nostro Paese le aggressioni ai danni degli operatori sanitari? Le fonti sono molteplici e portano sempre al medesimo sconfortante scenario. I dati dell’Inail mostrano che sono mediamente più di tre al giorno gli episodi di violenza in Italia contro i medici e il personale sanitario, confermando che sono proprio le persone che si prendono cura della salute dei cittadini a correre il rischio maggiore di subire danni fisici e morali.

Tuttavia, i crudi dati dell’Inail, di per sé sufficienti per allarmare le istituzioni chiamate a trovare delle misure di contrasto al fenomeno, rappresentano in realtà solo la punta dell’iceberg. Infatti, secondo la Fiaso, la Federazione Italiana delle Aziende Sanitarie e Ospedaliere, i casi di aggressione sarebbero persino superiori ai 3.000 l’anno, quindi quelli denunciati all’Inail sarebbero circa soltanto un terzo.

Come ha ricordato l’onorevole Roberto Novelli nell’interrogazione parlamentare del 30 gennaio 2019 sulla violenza contro gli operatori sanitari in commissione Affari Sociali, «le denunce raccolte dal sindacato degli infermieri dicono che i più esposti al rischio sono gli addetti al pronto soccorso, con 456 casi l’ultimo anno, seguiti da medici e infermieri che lavorano in corsia (400), mentre le aggressioni negli ambulatori sarebbero state 320. In 16 casi su 100 è stato necessario ricorrere alle cure di qualche collega. Ma a dover “indossare l’elmetto” sono soprattutto i medici di continuità assistenziale, le guardie mediche insomma, che sostituiscono i medici di famiglia la notte e nei festivi». Per fare fronte a tale scenario il Ministero della Salute sta intervenendo attraverso una pluralità di misure, ricorrendo innanzitutto a un approccio preventivo. Un esempio, in questa direzione, è la recente approvazione, nell’ambito del Decreto Sicurezza e Immigrazione, dell’estensione del cosiddetto “Daspo urbano”, introdotto dal Decreto Minniti, anche ai presìdi sanitari. A ciò si aggiunge, in virtù del disegno di legge n. 867 presentato dal ministro della Salute Giulia Grillo e approvato dal Consiglio dei ministri, l’aggravamento di pena non solo per gli atti di violenza ma anche di minaccia nei confronti degli operatori sanitari nell’esercizio della loro attività, più la costituzione di un Osservatorio nazionale sulla sicurezza di tutto il personale della Sanità. Non ancora abbandonata, inoltre, è l’idea di inserire presìdi delle Forze dell’Ordine negli ospedali.

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