Sottotitolo: quando il concetto di sicurezza viene messo in panchina, perché sempre più persone si affidano a gruppi online per trovare consigli o supporto al fine di installare in autonomia il proprio sistema di allarme.
Non so voi, ma i miei social sono popolati da tutto ciò che ruota attorno al mondo degli allarmi e, più in generale, della sicurezza. Grazie - o per colpa - delle mie ricerche, delle amicizie, dei gruppi che frequento e, probabilmente, anche di quello che pubblico, il feed della mia pagina si è trasformato in una sorta di catalogo multimediale della security.
Ci sono però anche aspetti positivi: per esempio, leggere i tanti (tantissimi) utenti finali che cercano i più disparati aiuti nei gruppi gestiti da venditori, distributori e multinazionali. Ed è proprio lì che trovo gli spunti più interessanti, quelli che mi fanno capire in quale direzione sta andando il mercato della sicurezza domestica.
Identikit dell’utente “fai-da-te”
L’utente privato è da sempre portatore sano del “fai-da-te”: alzi la mano chi in casa non si arrangia almeno un po’. Se, però, fino a qualche anno fa, si occupava principalmente di piccoli lavori, ora, grazie all’avvento di sistemi semplificati e a store come Amazon, Aliexpress e simili, l’utente smanettone può finalmente realizzare da solo il proprio “sistema antifurto” (...vaglielo a spiegare che si chiamano “sistemi di allarme intrusione”).
Dopo quelle cinque, seimila domande nei gruppi - per capire se sia meglio acquistare rivelatori a doppia, tripla o quadrupla tecnologia, tassativamente wireless monofrequenza a 433 MHz - il cliente riempie finalmente il carrello e perfeziona l’acquisto che gli consentirà di mettere in sicurezza sé stesso, i propri cari e i suoi beni. All’arrivo del pacco, un rapido controllo del materiale, e via con l’installazione.
Nella migliore delle ipotesi, dopo alcune settimane, in modo del tutto insperato, il sistema si accende e funziona. “Si… può… fare!!!” (se non l’hai letto con la voce di Gene Wilder I pericoli per la sicurezza nell’era dei social network N nei panni del dottor Frankenstein, non vale). A questo punto, però, le cose si fanno serie: qualcosa non va, qualcosa non funziona come dovrebbe. L’assistenza in pratica è inesistente, e, nei forum, l’utente non trova traccia del misterioso problema che capita solo e soltanto a lui… GRUPPI
Facebook: salvagente o no?
E allora, ecco che tornano alla ribalta i gruppi Facebook. Ce ne sono tanti, popolati anche da presunti esperti e tuttologi. Anche qui, però, il nostro eroe incontra non poche difficoltà, e il problema non accenna a risolversi. “Prova a sostituire la centrale - gli dicono - Cambia quel rivelatore” suggerisce qualcuno, ma la pazienza è poca, il tempo scarso e non sa più dove mettere le mani. Nel frattempo, l’impianto è più spento che acceso e, quando è inserito, suona.
La forza della disperazione gli fa ricordare quel gruppo di esperti di Antifurto & Allarmi domestici TVCC – sicurezza, di cui ha sentito parlare da un amico. Perché, diciamocelo, l’utilizzatore finale non vuole informarsi: a lui interessa che l’impianto funzioni. Si iscrive quindi a questo nuovo gruppo, nella speranza di trovare qualcuno che abbia già avuto lo stesso problema e lo abbia risolto, o un professionista capace di indicargli il rimedio. Ottenere risposte non è semplice: bisogna prima spiegare il problema nei minimi dettagli: cosa succede, quando, che impianto hai, quale rivelatore, dove e come è stato installato… Insomma, sembra un terzo grado, e nessuno che dica semplicemente come risolvere. Decide quindi di scrivere un nuovo post, ancora più dettagliato, spiegando tutto per filo e per segno.
I rischi della condivisione
Fino a qualche anno fa la sicurezza era quasi un tabù: difficilmente si parlava al bar di come funziona un rivelatore, una sirena o di come alcune tecnologie siano bypassabili. Per l’utente “fai-da-te” però è normale: non vede nulla di male nel raccontare cosa succede, pur di ottenere aiuto. Non sa che un impianto di allarme non è una parete da verniciare o un rubinetto che perde. Non si rende conto che sta, involontariamente, descrivendo su un social come è stato realizzato il suo impianto e quali tecnologie sono state utilizzate, mettendo così in piazza le vulnerabilità e le carenze del proprio impianto, informazioni che potrebbero essere sfruttate per fini illeciti.
Pur considerando che è lo stesso utente a esporre pubblicamente i limiti del sistema, ciò che mi lascia basito è la competizione che si innesca tra gli addetti del settore. Per dimostrare cosa, non saprei dire, ma, come si dice al bar, “sembra una gara a chi la fa più lontano”. Il problema è che, nel tentativo di aiutare - pavoneggiandosi per la propria abilità - i professionisti finiscono per esporre, altrettanto inconsapevolmente, tutti i limiti delle tecnologie che utilizzano quotidianamente.
Da chi possa venire letto il post e l’uso che costoro possono fare di queste informazioni, sembra non importare a nessuno. Volendo fare un paragone: è come pubblicare le foto delle nostre vacanze mentre ancora siamo lontani da casa, dicendo a tutti che in quel periodo la casa è incustodita. È un paragone forse azzardato, ma utile per comprendere che la soluzione a un problema può comportare la divulgazione dei limiti di una tecnologia. Spiegare perché un rivelatore passivo o a doppia tecnologia non interviene, o pubblicare modalità di reset o disattivazione totale “perché devo spegnere l’antifurto”, sono azioni apparentemente innocue, ma che possono essere utilizzate per scopi non propriamente legittimi.
Parole chiave: prudenza e responsabilità
Rimane quindi la necessità di un approccio consapevole: informare senza diventare manuali operativi per malintenzionati, condividere esperienze ma senza fornire istruzioni dettagliate che possano esporre vulnerabilità, e spingere verso una cultura della sicurezza che privilegi la responsabilità e la professionalità. Solo così i social potranno continuare a essere uno spazio utile per confrontarsi e migliorare, senza trasformarsi in un archivio pubblico di debolezze sfruttabili dai malintenzionati.
Bisogna quindi imparare a usare i social come strumenti di supporto e sensibilizzazione, mantenendo sempre un confine tra ciò che è utile alla discussione e ciò che diventa pericolosa esposizione tecnica: la prudenza non è censura, è responsabilità. I social sono una grande conquista dei nostri tempi, ma i limiti forse dobbiamo ancora comprenderli appieno.



